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L’Ora 14 maggio 2022 – Le Ragioni del Sì: “Serve una riforma della Giustizia che parifichi magistrati e difensori”.

Il 12 giugno saremo chiamati a fare una scelta di campo: se ci piace questa “Giustizia”, allora possiamo andare al mare a goderci una bella giornata di sole; ma se abbiamo senso civico e vogliamo un cambiamento, dobbiamo andare a votare cinque volte “Sì”.

I quesiti sono complessi e tecnici: questo rende il dibattito noioso e privo di spunti, col rischio di interessare solo i pochi operatori del settore. È necessario, invece, portare a votare 25 milioni di Italiani e per farlo è necessario spiegar loro quali sarebbero i risvolti positivi, nelle loro vite, di una riforma della Giustizia che la renda più veloce e vicina alle esigenze del cittadino.

La campagna referendaria non si limita, infatti, ai quesiti proposti: il referendum è il volano per una trasformazione più ampia del potere giurisdizionale, che vedrà maggiormente legittimati docenti universitari ed avvocati. Proprio questi ultimi dovrebbero impegnarsi al massimo per diffondere tempestivamente la notizia del voto e la conoscenza dei quesiti: questa non è una vetrina per una esposizione personale, ma l’occasione, per la categoria, di recuperare dignità e far sentire la voce della propria base; si vince o si perde tutti, nessuno avanti agli altri.

Sono consapevole che gli avvocati non godono di universale simpatia, ma a noi si rivolgono persone che scaricano sul proprio difensore preoccupazioni, ansie e frustrazioni, chiedendogli di risolvere i loro problemi, a volte a ragione, altre a torto. Più forte sarà la nostra posizione, maggiori saranno le possibilità che avremo di tutelare i nostri clienti.

Chiaro è che un avvocato (deve avere ed) ha fiducia nella Magistratura, che rappresenta un punto fermo del nostro sistema costituzionale e ci consente di differenziarci da quelle dittature in cui il potere giudiziario è esercitato, direttamente o indirettamente, da quello politico. D’altra parte, gli avvocati crescono nel mito di Carnelutti, Calamandrei, Coppi e Buongiorno, ma anche di Falcone e Borsellino.

Io stesso, se avessi dubbi sulla onestà e probità anche di un singolo Magistrato che mi trovo di fronte in udienza, dovrei cambiare professione. Gli scontri sono il pane quotidiano, perché io curo gli interessi dei miei assistiti e non vivo di sudditanza psicologica; ma non credo che un Giudice possa scrivere una Sentenza in base alla antipatia (più difficile la simpatia) che nutre nei miei confronti. Non sempre posso essere d’accordo con le loro decisioni, ma nutro stima e rispetto, anche per chi non accoglie le mie istanze. Sbagliano anche loro, per questo esistono tre gradi di giudizio. Non si possono negare i pochi casi isolati di mala fede, ma essi non gettano ombre sull’intera categoria, perché generalizzare è assolutamente sbagliato.

Nessuno mette in dubbio la necessità di una Magistratura indipendente; anzi, la si vorrebbe -se possibile- ancor più terza rispetto alla politica e -nel bilanciamento dei poteri- ancor più ligia al dovere e pronta a collaborare con l’avvocatura per applicare la legge secondo buon senso.

In questa ottica, non si può pensare ad una Giustizia che sia una “proprietà esclusiva” della Magistratura e questa è l’occasione per spiegare cosa intendiamo dire con quello che è lo slogan della nostra campagna referendaria: è legittimo, anzi, indispensabile riconoscere pari dignità al difensore, che rappresenta tecnicamente le esigenze del cittadino comune, lo ascolta, ne conosce la storia e con lui empatizza, caricandosi le sue tensioni. Solo se l’esito di un giudizio è frutto della corretta e mediata collaborazione tra le parti (e solo se anche il pubblico ministero ed il giudice sono parti al pari delle altre, seppur quest’ultimo, in ogni sede, sia deputato alla sintesi giuridicamente orientata delle posizioni) si potrà percepire come “giusta” quella che è, per legge, Giustizia.

La rivoluzione copernicana del settore si registrerà quando la figura dell’avvocato entrerà nella nostra Carta Costituzionale: la riforma del Titolo IV è stata più volte proposta, ma non ha ancora visto la luce. L’art. 101, però, pone già un principio fermo e recita: “La giustizia è amministrata in nome del popolo”.

La vittoria dei Sì sarà il secondo passo. Il primo è rappresentato dalla “Riforma Cartabia”, al voto in Parlamento nei prossimi giorni e contro la quale l’ANM ha annunciato uno sciopero che, personalmente, non mi sento di criticare: da un lato, credo che tutte le categorie abbiano diritto di far sentire la propria voce di protesta come meglio credono; dall’altro, ritengo che si rivelerà un grosso, enorme autogoal, perché accenderà ancor più i riflettori sul tema e sul referendum, convincendo gli Italiani ad andare a votare.

I quesiti sono, attualmente, cinque e proverò a passarli rapidamente in rassegna, ma senza dilungarmi in un’analisi normativa che renderebbe indigeribile la lettura.

La riforma del CSM si è resa necessaria dopo le notizie degli ultimi anni, di cui è stato grande protagonista -in positivo ed in negativo- Palamara: non si può davvero negare che serva dare una scossa.

La separazione delle carriere tra requirenti e giudicanti è un tema di cui si discute da sempre, su cui tutti sono d’accordo, ma che non è stato mai introdotto nel nostro ordinamento. D’altra parte, anche in questo senso, si rende necessario quantomeno parificare le posizioni ed i poteri dei difensori e della pubblica accusa: non lo si otterrà al referendum, ma sarà il passo immediatamente successivo alla vittoria dei Sì.

L’abolizione del “Decreto Severino” è una battaglia di civiltà: si contrappongono garantismo e giustizialismo e bisogna scegliere da che parte stare. Noi, per la cronaca, stiamo dalla parte della presunzione d’innocenza, così come suggerito dalla Costituzione.

Il parziale limite alla custodia cautelare per i reati minori è utile a prevenire casi di arresti preventivi che si rivelino, all’esito del processo, non giustificati (con conseguenti indennizzi, pagati con le nostre tasse, per ingiuste carcerazioni).

Infine, l’introduzione della possibilità concessa ad avvocati e docenti universitari di incidere nei Consigli Giudiziari, che vagliano l’operato dei Magistrati, consentirebbe di sottoporre questi ultimi ad un giudizio esterno, presumibilmente equo, poiché non sarebbero i soli soggetti deputati ad auto-valutarsi.

Purtroppo il sesto quesito, quello sulla responsabilità diretta dei magistrati, è stato dichiarato inammissibile: già nel 1987 gli Italiani si erano espressi con voto favorevole e la politica, all’indomani del voto, non potrà ignorare l’indicazione che verrà dalla vittoria dei Sì.

Con Emma Staine, Marco Anguissola, Michele Costabile, Francesco Tetro, Rosa Argia D’Elia e gli altri amici del Comitato 6G abbiamo sentito la necessità di scendere in campo non per portare un attacco frontale kamikaze alla Magistratura, ma per reclamare dignità anche per i giovani avvocati civilisti, che con i Magistrati vogliono dialogare da pari a pari, nell’esclusivo interesse dei propri assistiti, per garantire una Giustizia che possa esser davvero definita tale. Abbiamo pubblicato le nostre ragioni sul sito www.comitato6g.it e le stiamo divulgando con i mezzi che abbiamo a disposizione.

Il nemico numero uno, inutile nasconderselo, è l’astensione. Nel 2011 e nel 2016 ho guidato i Circoli dell’Ambiente durante le campagne referendarie, invitando gli Italiani ad un’astensione consapevole: è una posizione che rispetto. Certo è che i Sì rappresenteranno la larga maggioranza del voto espresso e questo sarà il primo risultato importante; il secondo deve essere il raggiungimento del quorum, obiettivo che deve essere perseguito da tutti, in particolare dagli avvocati. La speranza è che anche tutti gli Ordini si attivino immediatamente, senza attese inutili, senza ritardi e senza aspettare l’ultima settimana, quando i giochi saranno pressoché fatti, visto che l’orientamento del voto non è in discussione.

Avv. Alfonso Maria Fimiani

Comitato 6G

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